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Proprio come un fuoco che non smette mai di bruciare, il conflitto che vede opposte la città bianca alla città oscura si perde nel corso dei secoli e consuma, lentamente, coloro che si avvicinano un po' troppo. Si è talmente inglobato nella quotidianità dei dodicini, al punto che questi ultimi non si interrogano nemmeno più sulle sue origini. È bastato un recente e inatteso ritorno dell'odio per ravvivare i ricordi più nascosti...

 

Om'ega si risvegliò di soprassalto con la fronte sudata. Si era assopita appena qualche minuto prima, quando un ruggito seguito dal grido penetrante di un Cuervoc la fecero uscire dal suo torpore.

Dietro la finestra della sua camera, un Maomao dal pelo nero si leccava la zampa destra, che aveva una piuma incastrata tra gli artigli. L'animale si stiracchiò più che poté, poi balzò in direzione di un comignolo che mancò di poco, trascinandosi dietro qualche tegola che si fracassò al suolo, facendo un baccano spaventoso.

"Manina! Non hai ancora finito di fare casino?!" urlò a squarciagola un vecchio Anutrof, furibondo.

Per una volta che Om'ega era riuscita a chiudere gli occhi per più di dieci secondi, era stato proprio il segno del destino...

La piccola Xelor si sedette sul bordo del letto e gettò uno sguardo fuori. Quando dormiva, la città sembrava serena. Tuttavia, non era altro che un inganno. Lei lo sapeva... Il conflitto, quello, non riposa mai. Di lì a poco, il terrore avrebbe inondato le strade. Anche se non si sentiva, era assordante. Era la sua presenza a impedire a Om'ega di prendere sonno, anche se, a dire il vero, aveva sempre dormito con un occhio aperto e uno chiuso, sin da quando era in fasce.

Om'ega prese il bicchiere del giorno prima e trangugiò una generosa sorsata d'acqua.  

"Pffrrr!"

Sputò immediatamente il liquido, mentre una piccola Arakne le lanciava uno sguardo di rimprovero.

"Ma dai! Non mi guardare così, non ti avevo invitata a fare il bagno nel mio bicchiere..."

La bestiola sbuffò, quindi emise un fievole "Bah!" prima di girare le zampe e andarsene, offesa.

È sempre stato là, per quanto si ricordi. Ogni volta che si infilava nel suo letto, sentiva la sua presenza. Era come se le tirasse le coperte. Come se accendesse una luce accecante o sbattesse bruscamente la porta. Per lungo tempo, Om'ega aveva creduto che fosse di famiglia. Sua madre, e sua nonna prima di lei, anche loro avevano fatto fatica a prendere sonno. Anche loro dicevano che era nei loro geni.

"Io invece credo che si tratti di qualcos'altro. Penso che sia qualcosa di più profondo."

Om'ega si alzò in direzione dell'imponente libreria che occupava metà della stanza.  

"Ora ne sono sicura. Qualcosa mi impedisce di addormentarmi. Qualcosa impedisce agli abitanti di Bonta di dormire."

Prese un libro tanto spesso quanto vetusto. L'opera dimostrava tutti gli anni che aveva. Il dorso era talmente logoro che alcune pagine stavano insieme solo grazie a un minuscolo punto di colla. Om'ega passò delicatamente la mano sulla copertina. Sentì la rugosità disegnata dal motivo che sfoggiava, quello del blasone di Bonta.
 

"Mi ricordo la mia città... Così bella. Così fiera..."

Om'ega si infilò nuovamente nel letto e si mise il libro sulle cosce. Era massiccio. Come faceva a non esserlo, visto che racchiudeva un passato così pesante. Superò la prefazione, che conosceva già a memoria, per andare direttamente al capitolo che preferiva.

 

3 AGUSTOR DELL'ANNO 25

 

La piccola Xelor abbozzò un sorriso. Era lì che tutto era cominciato. Sotto la guida di Jiva, Puchecot e di Menalt, i protettori rispettivi dei mesi di Gevian, Agustor e Marten, vedeva il giorno una città luminosa, che prometteva la pace e l'armonia.

Om'ega non era ancora nata. Perciò, oggi più che mai, sentiva una profonda nostalgia di quell'epoca... Le lunghe serate passate ad ascoltare sua nonna che le raccontava la storia dei suoi antenati aveva sicuramente significato qualcosa.

Om'ega chiuse gli occhi e lasciò che i ricordi le tornassero alla mente...

"Che c'è, mia piccola Scuiscuit? Non riesci a prendere sonno?"

- No, non riesco a fare la nanna, nonnina...

- Mmm... Capisco... Vuoi che ti racconti la Storia?" disse allora l'anziana con un sorriso malizioso.

Con i capelli arruffati e gli occhi stanchi, la bambina fuoriusciva dalle coperte come un animaletto.

"Oh sì, per favore nonna, raccontamela ancora!"

Dopo tre colpetti sulle ginocchia, Om'ega si fiondava immediatamente in braccio alla nonna per accoccolarsi su di lei. Profumava di sapone e cannella. Un profumo che la ragazza non aveva mai più dimenticato, nemmeno quattro anni dopo la sua disincarnazione...

La Xelor ormai conosceva a memoria la storia della creazione di Bonta la Bianca, ma faceva finta di niente. Con la sua voce dolce e rauca, la nonna le faceva (ri)vivere alcune delle tappe che avevano portato alla costruzione della sua città. La minaccia crescente del culto di Rushu... La decisione di affrontarlo, costi quel che costi. Gli incoraggiamenti di Jiva, che venivano portati così in alto dalla sua voce, che anche gli dei potevano sentirli:

"Pietra dopo pietra, non state costruendo una semplice città. È il vostro futuro e quello dei vostri figli! Un muro si innalza tra voi e il nemico! Dodicini, dodicine, Bonta la Bianca è la culla di un futuro radioso e voi siete i suoi pionieri!"

Ah, ilclamore della folla e le trombe degli araldi quando venne posata l'ultima pietra. Ah, il banchetto e i suoi profumi invitanti. L'interminabile serata di festa che durò per tutta la notte e fino alle prime luci dell'alba, al suono delle melodie dei cantastorie.

Le urla di gioia dei bambini...

Ogni volta, era come se vi avesse assistito.

Tutto era cominciato poco meno di un anno più tardi... Quando bisognava parlarne, la nonna fingeva di non ricordarsene.

"Oooff... La mia memoria fa cilecca, piccola mia... Non sono più giovane, sai! E poi adesso l'ora di dormire è passata da un pezzo. Se venisse a sapete che ti ho tenuta sveglia fino a tardi, tua mamma mi tirerà ancora le orecchie!"

Dopodiché rimboccava le coperte a Om'ega, l'avvolgeva con tutto il suo amore, prima di darle un ultimo bacio sulla fronte. La bambina aspettava che la nonna chiudesse la porta per poi avvicinarsi di nuovo alla libreria, con passo felpato. Prendeva febbrilmente in mano l'opera, come se si trattasse di un oggetto proibito.

12 SEPTEMBEL DELL'ANNO 26: L'AURORA PURPUREA

Un'incisione rappresentante "LA" battaglia, si estendeva su due pagine intere. L'esercito di Bonta, nobile ed eroico, condotto da un Menalt sicuro di sé, si fiondava sul nemico. Davanti a quei soldati, un'orda di brakmariani scatenati, con le lance sguainate, andava all'assalto.

Sulla carta ingiallita dal tempo, gli eserciti sembravano prendere vita, per avere la meglio sulla morte...

Le urla dei bontariani. I ruggiti dei brakmariani.

 

*****
 

"Mi ricordo la mia città... Così cupa. Così sordida..."

Il rumore metallico provocato dai passi dei passanti arrivava fino alla sua camera. Così come il calore sprigionato dalle rocce magmatiche. Mezzanotte era passata e Dhaurys non riusciva a dormire. Bisogna anche dire che la sua finestra dava direttamente su La Corazza, che era probabilmente il luogo più animato di Brakmar.

- "Ahhhh! Gniiiiii! Pff..."

La piccola Etram si accanì per la ventesima volta sul chiavistello della finestra, senza riuscire a ottenere grandi risultati. Il padre l'aveva accuratamente chiuso con il lucchetto.

"RrrrrHAAAAAA!!! Specie di vecchio Shushu tra i peggiori Shushu mai visti!!!"

Per la rabbia, Dhaurys diede un calcio violento a un baule, spargendo così un sacco di giocattoli per tutta la stanza. Una statuetta intagliata in legno di alberagno oscuro rotolò fino ai suoi piedi. Dhaurys si abbassò per raccoglierla. Si riuscivano a distinguere i tratti di Oto Mustam, il dittatore che regnava su Brakmar nonché il maestro d'armi della sua milizia, la stessa in cui, ormai da molti anni, serviva suo padre.  

"È una vera ingiustizia..." pensò la ragazza, facendo rotolare l'oggetto nel palmo della mano.

Fuori, l'alba si faceva strada. Dhaurys non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Per quanto ricordasse, non aveva mai veramente permesso all'Omino del Sonno di tenerla a lungo nel paese degli incubi. Preferiva assistere a ciò che, molto più reale, accadeva sotto alle sue finestre...

Qualche ora prima, come tutte le sere, aveva insistito ostinatamente per accompagnare il padre una volta caduta la notte.

"Papà, quello che succede fuori è bene o male?

- Entrambe le cose, bambina mia, entrambe...

- Voglio accompagnarti. Ora sono pronta.

- Sai bene cosa ne penso, Dada. È troppo presto.

- Smettila di chiamarmi così! Non sono più una bambina!"

Il dodicino nascose una risata.

"Tutta sua madre... sussurrò, con la voce piena di tenera tristezza. Se fosse ancora qui, sarebbe fiera di te, non ho il minimo dubbio. Smettila di tenere il broncio e lascia invece che ti racconti la tua storia preferita."

Non faceva una piega, nemmeno per una testarda come un mulo come Dhaurys. Ben presto, la ragazza cambiò espressione e si calmò. Andò a sedersi sulle gambe del padre, pronta ad assaporare tutti i dettagli della Grande Battaglia. Come era riuscitoDjaul a galvanizzare i suoi uomini per annientare il nemico? L'adrenalina cresceva tra i ranghi del suo esercito man mano che risuonavano i canti patriottici brakmariani, ma cresceva anche in coloro che aspettavano, nella comodità delle loro case, che la vittoria onorasse il loro popolo.

E poi il momento fatidico, quello in cui le cose serie erano finalmente cominciate. L'ondata delle truppe di Goblin dai Monti di Sidimote fino agli avamposti bontariani. I cavalieri di Karne, lanciati all'inseguimento dei rari fuggitivi dell'Ordine del Cuore Valoroso. L'astuzia dell'esercito degli Chafer. Senza dimenticare, soprattutto...

 

Hyrkul, il guerriero nero...

 

Il corpicino esile di Om'ega venne percorso da un brivido. Il bozzetto del colossale guerriero nero Hyrkul che brandisce la sua spada da cui fuoriesce un lugubre drago di fulmine le faceva sempre lo stesso effetto. Si avvolse si nuovo nella coperta, finché non rimase fuori solo la testa, e riprese a leggere.

Il ritratto di Menalt, sotto forma di eroe, dava inizio a un nuovo capitolo. La piccola Xelor aveva spesso sentito la nonna vantarsi del coraggio di chi non aveva esitato a sbarazzarsi della sua armatura per meglio affrontare l'infame creatura. Il fuoco bianco e il fuoco nero, riuniti nella lotta. Sfortunatamente, il centauro non era sopravvissuto, così come i Cavalieri dell'Ordine del Cuore Valoroso che erano tutti caduti sotto ai colpi di Hyrkul. Per fortuna, i brakmariani non ne erano usciti vincitori. Almeno, non per questa volta...

Le tenebre di questa alba funesta si estendevano al punto che i bontariani pensavano di non vedere mai più la luce del giorno. Lasciarono il posto a un'aurora fatta di ceneri fumose e rossastre che diedero il nome all'Aurora Purpurea.

Da quel giorno, le due più grandi città del Mondo dei Dodici non hanno fatto che alternare periodi di guerra a periodi di pace, dando talvolta al conflitto delle forme inattese come quella di questo scambio epistolare dal linguaggio colorito tra Amayiro e Oto Mustam.

*****

Om'ega chiuse il libro e si asciugò una lacrima che le scendeva lungo la guancia. Venne travolta da una tristezza infinita. Poiché evidentemente, niente di tutto ciò apparteneva al passato. Girò la testa in direzione della finestra, quando ebbe una strana sensazione, come se la notte del 12 Septembel dell'anno 26 non fosse mai veramente terminata. Nell'ultimo periodo, qualcosa si era impadronita dei dodicini, al punto da renderli dei veri e propri fanatici. Addirittura i bontariani più misurati sembravano essere diventati dei folli e difendevano la loro città con un astio in cui Om'ega non riusciva a riconoscere i valori della sua città. Persino gli sforzi degli Hipermaghi per fare tornare la calma erano rimasti vani...

All'improvviso, la ragazza aggrottò le sopracciglia. Un rumore, là fuori, attirò la sua attenzione. Uscì dalla coperta e si avvicinò alla finestra.

"Eh?"

Un Maomao nero si leccava la zampa destra, mentre una piuma di Cuervoc gli era rimasta incastrata tra gli artigli. Il felino si stiracchiò prima di saltare in direzione di un comignolo, che però mancò per un pelo. Nella sua goffaggine, fece cadere alcune tegole che si fracassarono al suolo, facendo un baccano terribile.

"Manina! Non hai ancora finito di fare casino?!"